Faraway in Vienna

Nel maggio dell’anno scorso una piccola società di ricerca di Napoli, con la quale ho avuto modo di lavorare nel passato, mi ha invitato a Vienna per presentare la mia attività di videoricercatore all’interno di una Conferenza Internazionale sulle politiche sociali in area urbana. In merito alla conferenza non c’è molto da dire; in queste grandi occasioni internazionali la scelta degli argomenti è piuttosto formale, il numero degli eventi esagerato, la trattazione superficiale. Tuttavia alcune persone conosciute durante i seminari mi hanno permesso di entrare in contatto con un insieme variegato e composito di microprogetti sociali, culturali, artistici, promossi da singoli cittadini e da associazioni viennesi, che lavorano negli spazi vuoti lasciati, nel tessuto urbano, dall’esodo degli ebrei del 1938. Questi “vuoti” fisici, luoghi incerti, vengono messi al centro di iniziative, che guardano non tanto al recupero della memoria, quanto alla costruzione di un nuovo tessuto sociale urbano.

Una di queste iniziative è proprio dietro il mio albergo, nei vecchi caseggiati operai del quartiere di Alsergrund, ora un’area residenziale a pochi metri dal Donaucanal; in una piccola strada stretta e lunga, che corre parallela al canale, ho incontrato Barbara, una cinquantina d’anni, che lavora alla Camera del Lavoro cittadina. Il nome della strada è Servitengasse. In un piccolo slargo sotto un albero e proprio vicino ai tavolini di un caffè si apre un foro nella pavimentazione, al di sotto del quale sono visibili, protette da un vetro, una gran numero di chiavi, ognuna con una targhetta ed un nome. Sono le chiavi delle case abbandonate in fretta e furia dagli abitanti ebrei di questa strada, dopo il 1938 e l’annessione alla Germania nazista, quando quasi 100.000 viennesi dovettero abbandonare le proprie case per “motivi razziali”. Circa 65.000 altre persone che non ebbero modo di fuggire furono assassinate. Barbara, che ha imparato l’italiano ascoltando Fabrizio De Andrè, ha per anni bussato a tutte le porte della strada, con in mano un elenco telefonico del 1938, e ha ricostruito la storia della diaspora di quella piccola comunità. Di ogni singolo abitante ebreo. L’ha fatto per i suoi figli e per suo suocero, quasi cieco, con cui vive proprio in Servitengasse, perché non abbiano a sentirsi soli, e ad avere paura, come è successo a lei, quando è tornata ad abitare lì.

Barbara a Servitengasse

Per Barbara non è un problema di memoria, almeno non solo, è un problema attuale, che scotta le dita. Sente l’ombra di quel passato lugubre allungarsi fino ad oggi, e prendere la forma di un vuoto, di una lacerazione mai rimarginata nelle maglie del tessuto sociale della sua strada. E a lacerazioni come questa fa risalire il degrado e la mancanza di prospettive che sembrano affliggere altre strade, piazze, quartieri della città, che appaiono oggi come isole di mancato sviluppo nel mare crescente dei processi di urbanizzazione degli ultimi anni; proprio accanto alla Mariahilfersstrasse, cuore commerciale di Vienna, animatissima durante il giorno e luminosa la notte, c’è nascosta una di queste isole.
E’ una strada squallida, senza alberi e quasi senza marciapiedi; a piano terreno niente negozi, solo garage, gli edifici incolori, una gran quantità di panni stesi alle finestre, antenne satellitari ad ogni balcone. Qui nel 1939 fu distrutta la più grande delle 22 sinagoghe bruciate dai nazisti. Oggi al suo posto c’è un un anonimo caseggiato popolare, proprio nel centro della via. Un’associazione di abitanti della strada ha ricostruito la facciata della sinagoga a dimensione naturale in pannelli di legno, e l’ha appoggiata sulla facciata del caseggiato, in modo da coprirla tutta.
L’hanno fatto, mi spiega Kurt, che fa il panettiere proprio li vicino, per ridare una forma e un senso ad un luogo che sembra averli smarriti, una strada che somma all’estraneità alla città che la circonda quella dei suoi abitanti, gran parte dei quali immigrati turchi, come lui.

Vienna, come in tutte le altre grandi città europee, ha vissuto negli ultimi 20 anni una rivoluzione demografica. Non solo l’immigrazione dai sud del mondo ma anche lo spostamento e l’insediamento di funzioni produttive, commerciali e “direzionali” ha fatto saltare la tradizionale separazione fra centro e periferie e sconvolto la gerarchia territoriale dei quartieri. Flussi di cittadini hanno seguito la riorganizzazione dello spazio urbano, e molti quartieri hanno visto un ricambio di popolazione quasi totale. In alcuni casi, in alcuni luoghi, ciò è avvenuto in maniera graduale, in altre violenta: è il caso della diaspora ebraica, ma anche, in altre città, della rapida riconversione di aree produttive seguite alla deindustrializzazione. Oppure, con “l’invasione”, in quartieri di nuovi cittadini immigrati, e la fuga dei vecchi. Oggi non vi è strada, non vi è città in Europa che non sia abitata da nuovi abitanti. Questi abitanti provengono da storie diverse, da culture diverse, e spesso parlano lingue diverse. Ma condividono un presente spaziale.

Il multiculturalismo è il senso profondo dell’Europa, un’area culturale nella quale si parlano più di venti lingue e che aspira ad essere unita. Per le nuove politiche di integrazione e coesione sociale, tornare a ragionare sull’espulsione dalle città, sulla dispersione e sul genocidio di una parte di cittadini europei che hanno contribuito in maniera sostanziale alla nascita e crescita della cultura urbana del continente, nasce da un bisogno sentito da molti cittadini, non solo ebrei, di fare i conti con la prima originale negazione moderna delle altre culture, non nella sua dimensione storica, ma domestica, di quartiere, umana. Quella stessa negazione delle altre culture che oggi rivive, in forme diverse, nei confronti degli immigrati del sud del mondo, e che forse a tutt’oggi rappresenta l’ostacolo più difficile da superare per raggiungere una reale integrazione europea.
Questi progetti vogliono gettare un ponte fra luogo e suoi nuovi abitanti, e propongono un uso della storia non come memoriale ma come proiezione verso il futuro.

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