Le risorse del sottosviluppo. Una proposta per le aree interne

Una proposta per le aree interne

Le aree interne del nostro paese ospitano circa il 30% della popolazione italiana. Nell’ultimo anno ho collaborato alla costruzione di una Strategia di sviluppo complessiva, che dichiara l’ambizioso obiettivo di invertire la loro secolare e crescente tendenza alla marginalità. Succede che nell’intrecciarsi delle crisi economica dell’occidente con quella ambientale e di risorse, queste aree stanno acquisendo nuovo valore, rappresentano la riserva di energia, delle risorse naturali e culturali, della ricchissima biodiversità delle culture produttive e del saper fare del nostro paese. Per questi motivi oggi si sente la necessità, di ripartire da queste zone, restituendo loro centralità.

E’ un disegno di lunga durata. La strategia, che oggi comincia a muovere i primi passi con un progetto pilota di supporto alle regioni e di sperimentazioni sul campo, avrà successo se saprà muoversi in discontinuità col passato, a partire dalla presa di coscienza dei fallimenti della lunga stagione dello “sviluppo locale”, che ha visto l’impiego di risorse ingentissime, senza riuscire ad invertire la tendenza alla marginalizzazione e alla subalternità di questi territori, e anzi spesso riproducendone i meccanismi.

A questo proposito dice Piero Bevilacqua “Si tratta di un progetto che, per visione e modo di procedere, si distacca nettamente dal modello di sviluppo economico tardo-novecentesco rappresentato dalla Tav. Non è solo una diversa concezione dell’economia, ma un nuovo modo di procedere dell’azione politica, che non impone dall’alto piani di modificazione rilevanti dell’assetto ambientale, ma entra in un rapporto di cooperazione con le popolazioni Sono due strade opposte e culturalmente inconciliabili”. Per riacquisire le istanze nuove dei territori c’è un gran bisogno che si riapra una dibattito sul ruolo che queste aree hanno e dovranno avere nel disegno del futuro del paese.

Cosa sono le aree interne? Le aree interne sono le zone geografiche del nostro paese meno servite dai servizi pubblici. Tecnicamente sono state individuate mettendo insieme degli indicatori che misurano la lontananza dei territori dalle scuole, dagli ospedali, dalle stazioni, in termini di distanza e raggiungibilità, cioè in tempi di percorrenza. Coincidono con quelle aree che, dall’inizio dell’età industriale, perdono popolazione a favore delle città, dei fondovalle, della costa.

Se allarghiamo lo sguardo oltre le Alpi, ci accorgiamo che i loro confini coincidono solo parzialmente con quelli delle aree tradizionali del sottosviluppo, sono meno periferiche e si insinuano nel cuore dell’Europa. Si tratta quasi esclusivamente di regioni interne, aree di montagne il cui paesaggio porta le tracce di un secolare sfruttamento intensivo di acqua, di risorse minerarie, di patrimonio boschivo, e di un successivo abbandono. Oggi in questi luoghi si sopravvive soprattutto grazie ai trasferimenti pubblici, le pensioni, l’impiego nelle minuscole strutture dell’amministrazione pubblica locale, e grazie a piccole attività, agricole, commerciali, turistiche, artigianali. Sono aree omogenee dal punto di vista sociale e scarsamente conflittuali. Non sono necessariamente povere, soprattutto se le si mette in relazione con le povertà delle periferie urbane, e anzi in molti casi sono zone che producono minuti risparmi; ma in tutte i beni pubblici scarseggiano e sono malridotti, gli ospedali sono lontani, le scuole sono vuote, le donne non lavorano, gli uomini praticano un pendolarismo che assomiglia ad una forma di emigrazione, e che li obbliga a percorrere centinaia di chilometri al giorno, o a star fuori casa per buona parte della settimana; i giovani che possono vanno a studiare fuori e non tornano.

Territori in movimento. A guardarle con maggiore attenzione, le aree interne non sono tutte uguali. In alcune, territori in movimento, l’emigrazione appare come un fenomeno fisiologico, di riequilibrio naturale: ha ridotto il numero delle bocche da sfamare e oggi le fette di torta sono più grandi per tutti, il che significa che ci sono delle opportunità in più da giocarsi in termini di buon vivere e di gestione delle risorse.

Queste aree non sono ferme in un percorso di declino all’apparenza ineluttabile, e a fronte di cittadini che se ne vanno, si moltiplicano le tracce di nuovi arrivi, di cittadini, portatori di nuove istanze, qualche volta di nuove risorse economiche. Si tratta sempre meno di soggetti alla ricerca di buon vivere, e sempre più di persone che si spostano o tornano per necessità ai territori, e ai quali guardano come riserva di reddito, o come occasione di risparmio, più che come fonte di opportunità. Persone giovani, con esperienza di lavoro e studio in luoghi lontani, e impegnate nella costruzioni delle condizioni materiali della loro vita, nell’edificazione pioneristica di un nuovo territorio, come nuovi coloni, in luoghi dove non esistono opportunità di lavoro. Queste aree interne sono fortunate se i cittadini sono in grado di organizzarsi, di promuovere una classe dirigente nuova, nel tentativo di contrastare i meccanismi che li condannano, e offrire una visione alternativa di futuro. Qualche volta cittadini ed amministratori riescono a parlare con una sola voce, a rivendicare bisogni in maniera compatta e radicale, fino ad entrare in conflitto con altre aree, e a creare tensioni istituzionali.

Rimangono comunque territori fragilissimi: basta che il numero di bambini non sia più sufficiente ad aprire una prima elementare, che chiuda una scuola, che muoia la cartolibreria che viveva della scuola, e spariscano i piccoli fornitori di servizi; e per innescare un processo di desertificazione di un’intera area è sufficiente che la linea provinciale di trasporti pubblici, in un piano di razionalizzazione delle spese, tagli senza troppo pensarci una tratta, un “ramo secco”, perché i servizi sanitari, scolastici, commerciali diventino irrangiungibili e troppo onerosi per buona parte dei cittadini.

Sono le aree interne in movimento, quelle che sono in grado di un’organizzazione minima di servizi anche facendo leva su risorse proprie, i propri cittadini, i propri volontari, sulle quali la Strategia sulle aree interne, che esce questi giorni, prova a puntare, in una logica di riequilibrio dei servizi e di promozione dello sviluppo e del lavoro. Nella speranza che facciano da apripista per le altre. E prova ad intervenire in maniera nuova, andando a raccogliere sui territori le dinamiche nate dalla collaborazione fra cittadini e amministrazioni, accompagnando quelle più promettenti, cooprogettando insieme a tutti gli attori istituzionali, supportandole, fornendogli competenze, stimolandone l’apertura verso l’esterno, trasformando i conflitti in laboratori verso nuove modalità di relazione fra istituzioni e cittadini.

I territori muti. Ci sono poi le aree interne all’apparenza disperate, territori muti, dove il drenaggio continuo di uomini e attività economiche ha prodotto e continua a produrre smarrimento, subalternità, assenza di futuro. La prima cosa che colpisce, muovendosi in queste aree, non è la mancanza di servizi, ma l’incapacità da parte dei chi le abita di esprimere bisogni e rivendicare diritti, anche i più elementari.

Sono luoghi dove si impara la lezione amara che più la gente viene stritolata, meno reagisce, e dove lo Stato e i servizi pubblici sono in grado si trasformarsi in una macchina che produce miseria.

Qui l’azione della Strategia ha un altro segno, e si muove in discontinuità rispetto quello che è stato fatto negli ultimi vent’anni di “sviluppo locale”, in una logica più propriamente di lotta al sottosviluppo. Punta a portare o a rafforzare i servizi pubblici in questi territori, promuovendo la gestione associata dei servizi fra i comuni e la riorganizzazione della spesa ordinaria dei ministeri, e mettendo al centro interventi su quelle che chiama “condizionalità”, ossia scuola, sanità, infrastrutture, messa in sicurezza del territorio, e creando concrete opportunità di lavoro in questi ambiti: in pratica opera sulle precondizioni per invertire il processo di impoverimento umano e materiale.

Rimane aperta una sfida per il futuro: per quanto sembri un paradosso, è proprio lì dove sono più lontani che la domanda di servizi è più debole. Qui non basta quindi aumentare l’offerta, bisogna intervenire sulla domanda di servizi, tornare non solo ad ascoltare ma anche ad organizzare i bisogni, e promuovere l’educazione civica dei cittadini, ché sappiano quali siano le sedi giuste per porre rivendicazioni. Questo è un compito delle istituzioni democratiche, non solo per motivi politici, ma anche perché è soprattutto nei territori marginali, in un quadro di scarsezza di risorse, che la collaborazione con i cittadini è una strada obbligata. Per avere servizi migliori, e dimensionati sulle esigenze reali.

Verso una politica industriale e di tutela della aree interna. Questa prima fase “esplorativa” della strategia rappresenta una sfida per le strutture dell’Amministrazione pubblica, che devono trovare strade per operare in maniera più efficace in regime di scarsezza di risorse. Si tratta di un’operazione che passa inevitabilmente attraverso la messa a punto di nuovi strumenti di ascolto del territorio e di attivazione delle risorse locali. E bisognerà operare anche in maniera diversa, con una approccio che si avvicina a quello del civil servant inglese, dove gli uffici, piuttosto che essere ingranaggi di una catena gerarchica di politiche scelte dall’alto, si pongono in una logica di servizio del cittadino, inteso come “committente” di un servizio. In pratica devono dare più centralità e autonomia ai singoli “pubblici ufficiali” ed assumere il punto di vista dei territori: devono imparare a guardare il paese dalla cima delle montagne, e non dalla città a fondovalle.

Inoltre, le opzioni della Strategia interrogano profondamente anche la politica. Il tema delle politiche per lo sviluppo sociale ed economico delle aree interne dell’Europa appare profondamente intrecciato a quello della trasformazione delle strutture decisionali, economiche e sociali. Il modello democratico rappresentativo tradizionale, fondato sul peso elettorale dei territori, contribuisce a marginalizzare nei processi decisionali e nell’attenzione pubblica le aree scarsamente popolate, la cui importanza nel futuro del paese è invece cruciale. Inoltre, apre altre questioni che la investono direttamente, la spinge a fare i conti con le nuove forme sempre più diffuse di attivismo delle istituzioni locali e dei cittadini, alle quali non si può rispondere con la repressione.

Proprio per questi motivi siamo difronte ad una operazione non facile: gli esiti non sono predeterminati, trova resistenze negli interessi dei “rentiers” locali, ossia di coloro che beneficiano delle condizioni di marginalità di quelle aree, e di strutture fortemente conservative all’interno della stessa Pubblica amministrazione. Per avere successo, la Strategia dovrà avere le fattezza di una politica allo stesso tempo industriale e di tutela, pragmatica e non ideologica, e ad un tempo meno dirigista e meno localista; deve essere ragionevole, ed essere quindi in grado di fare i conti con la scarsità di risorse, ed ambiziosa, perché deve contrastare l’immagine di residualità che ha guidato le politiche di sviluppo su questi territori.

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