All’Aquila con lo sguardo rivolto alle comunità possibili

Prima del terremoto esisteva all’Aquila una scuola di cinema, L’Accademia dell’Immagine, con una sua storia più che ventennale. Per tre anni ho tenuto lì un corso di videoricerca. Quello che provavo a fare nel mio seminario, da ricercatore sociale armato di videocamera, era sperimentare con gli studenti l’uso del video come strumento di conoscenza adatto non soltanto a raccontare microstorie, nella tradizione del documentario sociale, ma anche a cogliere fenomeni sociali vasti, ricostruire scenari collettivi, cercando di illuminare aspetti che emergevano con chiarezza dalla ricerca sul campo ma erano meno presenti nella sua narrazione tradizionale. Spingendo gli studenti ad immergersi nei fenomeni e nei luoghi, facendosi parte del flusso, senza perdere l’autonomia dello sguardo, ma puntando ad individuare tracce ed indizi rivelatori, e immaginando dei prodotti video strumentali a promuovere il cambiamento, ad innescare processi per superare le difficoltà non solo dei territori ma anche delle empasse conoscitive che tutti noi sperimentiamo prima o poi facendo ricerca.

Non ero lì la notte del 6 aprile 2009. Per quanto sentissi l’urgenza di precipitarmi a vedere cosa fosse successo, come stessero studenti e amici, cos’era della scuola, della sua videoteca, dedicata a mio padre, Giovanni Tantillo,  della città, ho deciso di attendere, e di evitare di andare in un momento in cui sembrava che tutto il paese accorresse, i giornali non parlavano d’altro, si muoveva un’enorme ed elefantiaca macchina mediatica e di soccorsi che escludeva l’apporto delle singole persone e delle loro storie personali. Volevo capire cosa effettivamente potevo fare io per L’Aquila, ed ero convinto che l’avrei capito solo una volta che il frastuono mediatico e organizzativo si fosse un po acquietato. Intanto osservavo il racconto che i mezzi di comunicazione stavano imbastendo sulla città dell’emergenza, sul dopo sisma.
Sul terremoto era infatti all’opera una gigantesca macchina di narrazione, che nascondeva le ferite più profonde nel tessuto sociale, che ero convinto, non avrebbero tardato ad emergere.

La mia prima esigenza quindi era quella, oltre che di prendermi cura, in qualche maniera, della città che mi aveva così ben accolto tra quinte di grandi montagne, di fornire un racconto diverso dalla voce monocorde che si sentiva (in molti ebbero in quei giorni la mia stessa urgenza): in questo ero stato spinto dagli studenti dell’Accademia che nel terremoto stavano vivendo la loro esperienza in prima linea, non solo come persone, ma come documentatori. L’entusiasmo del trovarsi finalmente sulla frontiera cresceva all’interno della condizione solidale ed egualitaria delle tendopoli, isole sicure circondate da un mare di paura, dove non si possiede nulla e non c’è niente da perdere, che si era trasformato da subito in voglia di ricostruzione e ancora più di rinascita, in passione del cambiamento. Il futuro visto dalle tendopoli era tutto da scrivere. Il terremoto aveva fatto piazza pulita delle stratificazioni sociali talvolta soffocanti e tipiche di una piccola città italiana come l’Aquila, i notabili locali erano nelle tende insieme ai pastori: molte incertezze, ma anche opportunità di cambiamento.

Trascinato da questo entusiasmo il mio primo istinto era stato quello di andare a cercare i segni di vitalità della città, al di là del cordoglio nazionale che sembrava coprire tutto, cominciando nel migliore dei modi: riprendere in una giornata di piena primavera, l’aria minerale di montagna tiepida, la città devastata sotto un cielo blu compatto.

Le prime voci dissonanti vennero dall’interno del Centro Psichiatrico cittadino. Ad una settimana dal terremoto, sul tavolo del responsabile del Dipartimento di salute mentale della ASL cittadina infatti, era arrivata la notizia che la Protezione civile era intenzionata a costruire una tendopoli dedicata ai servizi psichiatrici e ai loro pazienti, e solo a loro, ben distante dalla città. La preoccupazione della Protezione Civile era, in qualche maniera, che la presenza dei “matti” in mezzo ai comuni cittadini potesse creare problemi nella gestione dell’emergenza.

Il responsabile del servizio, Vittorio Sconci, dopo essersi consultato con i suoi collaboratori, aveva risposto che non se ne parlava, che in Italia la salute mentale, per legge, non si persegue rinchiudendo o isolando i pazienti in strutture apposite, ma favorendone il reinserimento nella comunità; quindi anche i matti avrebbero dovuto essere accolti nelle tendopoli, come tutti. Inoltre, e questo era sotto gli occhi di tutti, nel post terremoto, tutta la comunità è in uno stato di grave sofferenza, e gli stessi servizi psichiatrici devono poter operare a più largo spettro.

Dal rapporto fra i matti e il terremoto iniziava il mio film, la mia ricerca. In quella fase non cercavo “una storia” da raccontare, documentavo, fiducioso che la strada si sarebbe fatta da se. Di fatto ancora non pensavo a cosa avrei fatto di quel materiale girato.

Ne ho parlato con l’amico John Foot, che insegna alla UCL, l’Università di Londra, fa studi culturali sull’Italia contemporanea; sapevo infatti che John stava seguendo in quel momento un progetto di ricerca sulla legge Basaglia e sul movimento  della “deistituzionalizzazione”;  è stato lui che mi ha fornito la prima chiave di lettura, una prima traccia narrativa. La sua preoccupazione, in quel momento, era quella di come far capire al pubblico inglese il motivo per cui gli psichiatri, in Italia, li si trova un pò dappertutto, oltre che naturalmente nelle strutture sanitarie. Io stesso conosco psichiatri scrittori, politici, attori, cantanti, e non solo perché non trovano lavoro. Perché sono così partecipi della vita sociale? Lo psichiatra, nella testa dei più, è un uomo che lavora col camice bianco che non condivide nulla di nulla col suo paziente. E così abbiamo condiviso l’idea di un percorso a ritroso, alla ricerca delle origini delle pratiche partecipative e di cittadinanza nate nel mondo dell’esperienza del superamento dei manicomi, e di capire cosa quelle pratiche avevano da insegnare nella gestione delle situazioni di emergenza e nella ricostruzione mentale delle comunità devastate da eventi improvvisi e traumatici, come il terremoto dell’Aquila.

Una storia che affonda le sue radici negli anni Settanta quando per la prima volta gli operatori formati alla scuola di Basaglia, si trovano proiettati in una situazione d’emergenza in Irpinia, durante il terremoto del 1980.

Una storia rinvenuta negli archivi delle Teche rai, che sono entrate a far parte del progetto di ricerca grazie al supporto di UCL, insieme a quelle sull’esperienza del Centro di medicina sociale di Giugliano, vicino Napoli, dove si sperimentarono e si estesero nel mondo vasto le pratiche di inclusione sociale nate all’interno delle mura di un ospedale psichiatrico, proprio per superarle.

C’è anche molto di autobiografico nel film, sono un ricercatore di campo, e in molti dei miei film indago le motivazioni, gli interessi e le difficoltà di chi è impegnato nella Pubblica amministrazione nel tentativo di conoscere meglio i bisogni dei cittadini, e di costruire servizi intorno ai bisogni. Una risposta, parziale, è contenuta nell’ultima parte del film: coniugare ragione e sentimento è la maniera più saggia di conoscere il mondo, e quella più capace di migliorarlo.

I film di videoricerca cercano di mantenere la misura e l’esattezza della ricerca e di restituire la multidimensionalità dei fenomeni che indagano, ma sono anche degli oggetti ricorsivi, costruiti per essere messi in discussione. “Le comunità possibili” è stato pensato per stimolare nuovi pensieri sul destino dell’Aquila, per muovere i cittadini, per non farli sentire soli davanti alle difficoltà, per fare loro coraggio.

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